San
Longino
martire
San
Longino, martire (Cattedrale Arbëreshë di
Piana degli Albanesi-PA)
Quinto
Cassio Longino
(Longinus)
era un centurione romano nativo
nella di Anxanum (odierna
Lanciano),
appartenente
alla
Legio X Fretensis ("dello
Stretto") la legione romana allora
di stanza in Siria,
Fenicia e Giudea. Si
trattava del
soldato di
cui parlano i Vangeli di Luca, Matteo e Giovanni
che,
prima che il corpo di
Gesù fosse
concesso a Giuseppe
di Arimatea e a Nicodemo per
la sepoltura, per assicurarsi che Gesù fosse morto trafisse con la
propria lancia il costato di Gesù
crocifisso, per
accertare che fosse morto: « …
ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne
uscì sangue e acqua. » (Giov.
19,34). Longino, che si narra fosse orbo
da un occhio, sarebbe guarito al contatto col sangue sprizzato dal
costato di Gesù, tanto da raccoglierne parte in una ampolla e al
momento della morte di Gesù esclamò:
”Costui
era veramente il figlio di Dio”
(MC
15,39) -
"vere
iste Filius Dei erat - veramente costui era Figlio di Dio"
(MT
27,54).
Il
nome del centurione, venerato come santo martire sia dalla Chiesa
Ortodossa
che
da quella cattolica, non è presente nei vangeli canonici ma appare
negli apocrifi Vangelo
di Nicodemo
e negli Atti
di Pilato.

Simbolo
della Legio X Fratensis
Convertitosi
al cristianesimo, venne
istruito nella fede dagli apostoli, si
dimise dalla Legione ed
andò a
Cesarea di
Cappadocia (odierna
Kayseri -Turchia),
notizia
confermata da
San Gregorio Nisseno (Epistola XVII,15) che
nel
IV sec. Longino era considerato l’evangelizzatore della Cappadocia,
dove
condusse
una vita di santità, diffuse
la notizia della Resurrezione, convertendo al cristianesimo molti
gentili.
Successivamente
ritornò in Italia, facendo apostolato in Abruzzo, principalmente
nella sua città natale di Anxanum, dove avrebbe
predicato e donato tutti i suoi averi ai poveri, per
poi andare a predicare in Lombardia, portando
con
sé il sangue raccolto dalla ferita di Gesù in un'ampolla, che
aveva il dono di
liquefarsi
e poteri taumaturgici. Nei
pressi di Mantova subì il martirio, si presume nell’anno 37.
Secondo
la Historia
Ecclesiastica di Mantova,
scritta nel 1612 da Ippolito Donesmondi, Longino
giunse
a Mantova nell'anno 36 portando con sé la reliquia del Santo Sangue,
che nascose
in un luogo segreto in
prossimità del Tempio di Diana, qui
predicò
la buona novella tra i pagani e subì il martirio per decapitazione
in un sobborgo chiamato Cappadocia
venendo seppellito
nel sito dove poi sorse la basilica
di Sant’Andrea. Nell’anno
804, Sant’Andrea apostolo apparve in visione ad un fedele,
indicando con precisione il luogo dove si trovava la cassetta portata
da Longino e le ossa del martire. La notizia del ritrovamento giunse
all’imperatore Carlo Magno e al papa Leone III che giunsero a
Mantova per avallare l’evento. Le
reliquie di Longino e la reliquia de “preziosissimo
sangue di Cristo”
sono conservate a Mantova nella Basilica di Sant’Andrea e soto
oggetto di venerazione da parte dei fedeli.

Benché,
a mio modesto parere, non c’entri nulla con Longino, credo
sia opportuno parlare anche della cosiddetta Lancia
di Longino,
o Lancia
del Destino,
conservata a Vienna nel Palazzo Hofburg (ex residenza imperiale
degli Asburgo), in
quanto la stessa fu qualificata
quale
Lancea
Longini nel
XIII secolo dalla cancelleria papale. Probabilmente
quella della sacra
lancia (Heilige
Lanze)
va
inserita nel contesto storico delle spade e lance magiche ed
invincibili dell'immaginario proprie della mitologia germanica che
serviva quale simbolo dell'invincibilità che l'imperatore, che oltre
al potere temporale rivendicava anche un potere sacerdotale quale
rappresentante di Cristo sulla terra. Le
prime notizie sulla lancia appaiono nel X secolo quando fu
identificata con la lancia di San Maurizio della Legione Tebana. Ne
parla Liutprando
di Cremona nel libro Antapodosis,
dove
narra
che la lancia era stata donata dal conte Sansone al Re
d'Italia Rodolfo II
di Borgogna che a sua volta la donò, sembra nel 925, all’imperatore
Enrico I l’Uccellatore
e
che in detta lancia erano erano
incastonate quattro chiodi della Santa Croce, disposte a forma di
croce.
Pertanto l’identificazione di questa lancia con quella di Longino
appare fantasiosa e non veritiera e il riconoscimento pontificio è
stato soltanto un favore politico al Sacro Romano Impero, tanto
che Carlo IV, nel 1354 ottenne anche la proclamazione di una
giornata festiva in suo onore (Festa della Sacra Lancia). Il mito
della sacra lancia è prettamente germanico e si inserisce più nella
mitologia nordica che in quella cristiana. Von Eschenbach, autore
del poema medievale Parsifal
(o
Percivalle, personaggio del ciclo arturiano dei Cavalieri della
Tavola Rotonda) parla di una lancia sanguinante che, nel
castello del Graal ha ferito il re Pescatore (personaggio
presente nel
Romanzo
di Percival o racconto del Graal di
Cretién de Troyes e nel Giuseppe
di Arimatea di
Robert de Boron).
Il
ruolo magico della lancia, il suo recupero per opera di Parsifal, la
saga dei cavalieri
del graal esercitarono
grande fascinazione popolare, tanto
che il più grande compositore tedesco Richard Wagner gli dedicò il
suo ultimo dramma musicale denominato Parsifal.
Del
mito della sacra
lancia si
impossessò il nazionalsocialismo, che
riproponeva il Terzo Reich come rifondazione dell’Impero (Dritter
Reich)
e Adolf Hitler come il
continuatore della politica imperiale degli Ottoni e vedeva nella
lancia il simbolo
della sacralità della missione e dell’invincibilità germanica.
Hitler, spogliando la sacra
lancia di
ogni simbologia cristiana (il nazionalsocialismo era intrinsecamente
neo-pagano e ammirava semmai l’Islam quale religione guerriera,
tanto che il Gran Mufti di Gerusalemme chiamò tutta la Umma o
Comunità Islamica alla guerra santa a fianco della Germania Nazista)
trafugò la reliquia da Vienna e la portò a Norimberga, dove fu
collocata nella basilica di santa Caterina, trasformata in un
santuario mistico ed esoterico. Nel 1945, dopo l’occupazione delle
truppe americane di Norimberga la lancia fu ritrovata e restituita
all’Austria e, tutt’oggi fa parte del tesoro imperiale del
Palazzo
museo
Hofburg di
Vienna.
Mons.
Filippo Ortenzi